Dan
Peterson: "Il ruolo del playmaker
07-10-2002
ore 21:17
MILANO
- L'importanza del playmaker è sempre più evidente. Un fattore
in tutto ciò è che non ci sono più veri playmakers. Nominatemi
uno come Mike D'Antoni. Forse Vrbica Stefanov della MPS Siena. Per
me, lui è il migliore playmaker in Europa, uno capace di guidare
qualsiasi squadra NBA. Infatti, guarda caso: lui è infortunato e
Siena perde a Cantù. Se ci fosse stato lui? Per me, Siena avrebbe
sbancato Cantù. Guarda la Fortitudo Bologna. Gianmarco Pozzecco
aveva bisogno di due gare di rodaggio, che la Fortitudo ha perso.
Poi, entra in intesa con i compagni, con il suo allenatore, con la
realtà bolognese, e comincia a dominare le partite. Batte la
Pippo Milano, che è proprio Coldebella dipendente... come play.
Infatti, quando Claudio si stanca o ha problemi di falli, Milano
è in grande difficoltà perchè non ha un altro che può giocare
in quel ruolo. Guarda la Benetton Treviso, con Tyus Edney.
Edney è stato votato MVP in settimana nella gara a Madrid
fra il Real, che festeggiava i suoi 100 come società, attorno 70
di basket. Immarcabile. Inutile la preparazione. No, non è un
play puro, ma penetra la difesa... che è meglio di qualsiasi
gioco. Va in contropiede e scarica fuori... meglio di qualsiasi
gioco. Playmaker = fare gioco. Edney fa gioco, punto e basta.
Guarda la Virus Bologna. All'inizio dell'anno, la squadra non
aveva nessuna coesione, secondo molti esperti. Non c'era da fare
una grande ricerca per la conferma: -35 a Fabriano non era la
temperatura dentro il palazzo. Bene, rientrato Le Roi, Antoine
Rigaudeau, le cose sono cambiate: una vittoria importante e una
gara onorevole a Varese. E con Rigaudeau come braccio, la mente di
Tanjevic comincia a funzionare. Guarda la Scavolini Pesaro. Con
Melvin Booker, negli ultimi anni, la squadra ha fatto i primi
quattro posti e l'Eurolega. Senza Booker come playmaker, la
squadra, pur rinnovata al 70%, si è resa conto che Andrea Pecile,
grande giocatore d'impatto, deve mangiare ancora porzioni doppie
di tagliatelle prima di avere l'aplomb e la leadership per guidare
la squadra con ghiaccio nelle vene nei momenti caldi. Sia chiaro,
il play non è sempre il # 1 come ruolo. Larry Bird era la fonte
del gioco con i Boston Celtics, una specie di point-forward.
Arvydas Sabonis crea gioco come faro per Portland come lo faceva
con lo Zalgiris Kaunas. L'importante è avere un giocatore in
grado di distribuire il gioco. Ricordate Kresimir Cosic? Giocava
in post alto, ma faceva passaggi micidiali, per lo Zadar, la BYU,
la Virtus e la Jugoslavia. Prendo un esempio negativo a caso:
Napoli. Greer è il play. Sapevo che loro avrebbero avuto
difficoltà con lui a fare gioco... qui a Milano. Primo quarto:
palla dentro a Michael Anderson... sempre. Canestro... sempre.
Immarcabile. Poi, tutto di un colpo, Greer (e compagni) si sono
stancati di quest'idea. Meglio farsi vedere, no? Lob
a Clack. Schiacciata. Bello. Ma... Andersen. Dimenticato.
Ecco ciò che è un play. Mike D'Antoni, in quella situazione,
avrebbe appoggiato la palla ad Anderson 25 volte in fila,
caricando Kidd e Alberti di falli, rovinando la difesa di Milano.
Greer, no. Ecco la differenza. Uno è un allenatore in campo...
non per niente è coach nell'NBA Mike. L'altro prende le cose come
vengono. Il play è l'inizio di... tutto.
Lo vedremo ogni partita, ogni Domenica.
Dan
Peterson |